16) Kant. Del giudizio riflettente.

In questa lettura viene messo a fuoco da Kant il problema del
finalismo. Il giudizio riflettente tratta delle cose che appaiono
a noi secondo un principio generale in cui assumono un senso: esso
 l'ordinamento finalistico della natura, che  un sistema
universale a cui sembrano conformarsi le sue leggi particolari. Il
valore di questo schema generale  per soltanto soggettivo.
I. Kant, Critica del giudizio, Prima introduzione, V (pagine 382-
384).

Il potere di giudicare riflettente tratta dunque di apparenze
date, per collocarle sotto concetti empirici di cose naturali
determinate, non schematicamente, ma tecnicamente, e nemmeno in
modo puramente meccanico, come strumenti sotto operazione
dell'intelletto e del senso, ma artisticamente, secondo il
principio generale, sebbene indeterminato di un ordinamento
finalistico della natura in un sistema, similmente a favore del
nostro potere di giudicare, nella conformit delle sue leggi
particolari (sulle quali nulla dice l'intelletto) alla possibilit
dell'esperienza come di un sistema: senza il qual presupposto noi
non potremmo sperare di trovarci la strada in un labirinto della
molteplicit di possibili leggi particolari. Il potere di
giudicare esso stesso si fa dunque a priori della tecnica della
natura un principio della sua riflessione, senza per poter questa
spiegare n determinare pi esattamente o avere per questo un
fondamento di determinazione oggettiva dei concetti generali della
natura (da una conoscenza delle cose in se stesse), ma solo
secondo la sua propria legge soggettiva, secondo la sua esigenza
di poter riflettere pur tuttavia concordemente con le leggi della
natura in generale.
Il principio proprio del potere di giudicare  dunque: la natura
specifica le sue leggi universali in leggi empiriche, in armonia
con la forma di un sistema logico per uso del potere di
giudicare.
Qui viene a presentarsi ora il concetto di una finalit della
natura, e appunto come un principio proprio del giudizio
riflettente, non della ragione; in quanto il fine non viene posto
nell'oggetto, ma esclusivamente nel soggetto e precisamente nella
sua mera facolt di riflettere. Poich noi diciamo finalistico
ci, la cui esistenza sembra presupporre una rappresentazione
della cosa stessa; mentre le leggi di natura, che sono cos
costituite e in relazione reciproca come se il potere di giudicare
le avesse progettate per il suo proprio fabbisogno, hanno
somiglianza con la possibilit delle cose, che presuppone una
rappresentazione di queste come fondamento di esse. Dunque il
potere di giudicare concepisce mediante il suo principio una
finalit della natura, nella specificazione delle sue forme
mediante leggi empiriche.
Con questo per non vengono pensate come finalistiche le forme
stesse, ma soltanto la loro relazione reciproca e la convenienza,
nella loro grande molteplicit, di un sistema logico di concetti
empirici. Ora, se la natura non ci mostrasse pi che questa
finalit logica, avremmo gi ben motivo di ammirarla per questo,
in quanto secondo le leggi universali dell'intelletto non ne
sappiamo dare alcun fondamento; ma di cotale ammirazione
difficilmente sarebbe capace ogni altro che un filosofo
trascendentale, e anche costui non potrebbe citare nessun caso
determinato in cui questa finalit si mostri in concreto, ma
dovrebbe pensarla solo in generale.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 326-327.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/8. Capitolo
Tredici.
17) Kant. Del giudizio teleologico.

Kant ribadisce la distinzione fra giudizio riflettente e giudizio
determinante, altrimenti bisognerebbe ammettere la conoscenza
diretta di un Essere in grado di agire al di sopra della natura,
cadendo cos nel campo della metafisica.
I. Kant, Critica del giudizio, Prima introduzione, nono (pagine
386-387).

Il concetto dei fini di natura  dunque esclusivamente un concetto
del giudizio riflettente per suo proprio uso, e cio per seguire
il nesso causale negli oggetti dell'esperienza. Nell'usare un
principio teleologico della spiegazione dell'interna possibilit
di certe forme naturali viene lasciato indeterminato, se la
finalit di esse sia intenzionale, o non intenzionale. Quel
giudizio, che sostenesse una delle due alternative, non sarebbe
pi semplicemente riflettente, ma determinante, e il concetto di
un fine della natura non sarebbe nemmeno pi un mero concetto del
potere di giudicare, per l'uso imminente (di esperienza), ma
congiunto con un concetto della ragione di una causa operante
intenzionalmente posta sopra la natura, il cui uso  trascendente,
si voglia in questo caso giudicare affermativamente, o
negativamente.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 336-337.
